Esiste sempre un incipit che innesca una genesi, da cui discendono accadimenti che determinano una conclusione. L’incipit della storia della Lazio di quest’anno nasce da un peccato originale: lo smarrimento della campagna acquisti. La strategia era chiara. Un difensore (Kumbulla), un giocatore di personalitá, esperienza e classe (David Silva), un vice Leiva (Escalante), un quasi vice Lulic (Fares). Tutto fatto. Poi, all’improvviso, le certezze sfuggono. Kumbulla va alla Roma, David Silva alla Real Sociedad e noi ci smarriamo nei labirinti di un subdolo interrogativo: e adesso che facciamo?

Il risultato é stata una grande entropia alla ricerca di un’alternativa, che non avevamo, al nostro piano. Si compra un centravanti (Muriqi), si accoglie un figliol prodigo (Hoedt), si pesca nel salernitano (Akpa Akpro), si scommette in Premier League (Andreas Pereira). Tutto con grande fatica, senza apparente logica.

Risultato: l’insostenibile leggerezza di non essere, non essere tecnicamente  una grande squadra costruita per giocare ad alti livelli su tre fronti, non essere capaci di reggere fisicamente e mentalmente ogni tre giorni, non essere capaci di vincere la Champions League, non essere capaci di vincere il campionato, non essere capaci di ripetere lo straordinario cammino pre-covid19.

Quindi a questo punto siamo tornati al punto di partenza, smarriti nei labirinti di un subdolo interrogativo: a adesso che facciamo?