Quel che più stupisce della vittoria contro la Fiorentina è, con un pizzico di smaliziata ironia, proprio la vittoria. Non i tre punti ottenuti sul campo, mostrando un gioco a volte sufficiente e spesso ancora mediocre – tuttavia funzionale ad uno slancio d’animo e di classifica; ciò che più stupisce, davvero, è la vittoriosa accettazione, da parte dei protagonisti biancocelesti, di un problema che assume una forma finalmente visibile e delle conseguenze che, se presuntuosamente non gestite, da trascurabili si rovesciano in preminenti.

Più ti avvicini alla luce, più grande diventa la tua ombra: di luci ed ombre si compone il dinamismo della squadra-Lazio, il cui punto focale diventa – per bocca di Acerbi e Immobile, scelti a rappresentare mediaticamente il match disputato all’Olimpico – una smorfia corrucciata ad ammettere la colpa, un atteggiamento tale da garantire, se sincero, il minimo della pena. Perché il popolo laziale si è sempre distinto per una propensione al perdono, seppur il perdono sia concesso, cautamente, quando l’ammenda agisce concretamente. Fare ammenda, allora, per un campionato maltrattato e tradito, nonostante la promessa d’amore e l’aspettativa di lieto fine: ma fare muovendosi, muovendo le gambe, lanciando il pallone, slanciando il corpo. Correndo, come Acerbi in difesa e in attacco, correndo stringendo i denti, come Ciro Immobile – Ciro il grande – che, lasciando il campo a risultato acquisito da un suo gol perentorio, ammette una precaria condizione fisica utilizzata però come simbolo – come segnale, dirà lui – di obiettivo da raggiungere, di rincorsa verso ciò che si sta per perdere, di fedeltà assoluta alla maglia, ad ogni partita che compone poi nel complesso una stagione calcistica.

Parole e fatti per Ciro il grande, che fa grande anche la Lazio: le chiede, con la voce muta del tifoso messo a tacere dalla pandemia, la maturità, la responsabilità, un risultato la cui somma sia superiore “al 100%” – in matematica una richiesta impropria, che importa però? Di impropria c’è già la posizione occupata dalla Lazio, di impropria c’è l’identità mostrata per undici lunghissimi mesi, di impropria c’è la resa senza combattimento. La Lazio deve lottare, invece: uno spirito battagliero cercato nelle parole di Acerbi ed Immobile, trovato nella rabbia di Andreas Pereira – che vuol partecipare alla lotta, ben venga un soldato pronto a battersi per la propria squadra. L’epifania Lazio allora, concludendo le feste, lascia un ultimo dono: quello della consapevolezza, nella sua etimologia di “apparizione”. Che appaia una nuova Lazio, dunque: appaia la parola gioire, ora, ad accompagnare la parola soffrire.