È sapiente solo chi sa di non sapere: una dottrina filosofica che ben si abbina all’essere laziale, condizione di felicità che ha il suo perfetto manifestarsi nel pomeriggio di Parma quando, non sapendolo, torna la Lazio del bel gioco e della tenuta difensiva, del risultato spensierato e del commento felice, felice perché anch’esso spensierato.

Però una squadra che non mostra, perciò, difetti tali da alleggerire il carico di rimpianti per quello che avrebbe potuto essere e, ad oggi, ancora non è stato del tutto. Le indubbie qualità della formazione biancoceleste, l’impatto visionario di Inzaghi: come luce che riesce a filtrare dalle crepe, pur avendo il potenziale di un fulmine che improvvisamente squarcia la notte, allontana il buio ma fa rimpiangere il bagliore accecante di talenti assoluti e giocatori non di purezza estetica ma di funzionalità innegabile che avrebbero dovuto competere – e far competere il popolo laziale tutto – per le prime posizioni.

Non per il piacere di sgomitare – la Lazio ha nel suo nome la nobiltà sufficiente ad aprirsi un varco in qualsiasi situazione – ma per giustizia e merito: la stessa giustizia e lo stesso merito oggi emersi contro il Parma, undici pur ben disposto in campo e per 45 minuti degno riflesso dei più fondati timori biancocelesti – l’aspetto mentale tanto spesso citato da Immobile e compagni.

E a determinare l’aspetto mentale sono proprio i pensieri, sottili e robusti fili tesi tra cervello e cuore,  parti effimere di ragione usata a costruire il senso della partita odierna, inserita in una doppia vittoria consecutiva e, alla ricerca di un significato più ampio, finalmente in un rilancio in classifica che porta la Lazio a lottare (perché “non mollare mai” è più di un inno!): quegli stessi pensieri che assecondati rendono tutto impossibile o tutto impossibile, quegli stessi pensieri che, se non riconosciuti, capiti ed accettati, confondono la descrizione di un tentativo perfetto di vittoria rendendolo, pessimisticamente, un tentativo perfetto di resa.

Troppo spesso la Lazio si è arresa ai suoi pensieri di sconfitta – contro gli avversari, contro le avversità: come una visione distorta, disarmonica, rovesciata di un insieme costruito sul collettivo e non sul singolo, costruito per essere guardato da tanti e tanti occhi e non da due iridi soltanto. E invece la Lazio è unità, è unirsi compatti, è lanciarsi in attacco o in difesa – ed è, infine, il pensiero di vittoria poco prima della resa. Quella vittoria che arriva quando, tra gli esempi di mentalità, Luis Alberto smette di pensare agli assist e pensa ai gol; Ciro Immobile smette di pensare ai gol e pensa a trascinare la squadra; la Lazio tutta smette di pensare ai suoi difetti strutturali e pensa ad una struttura funzionante.

Così il pensiero, da allenato trapezista-funambolo tra cuore e cervello, risale quel filo per confermare l’impulso necessario ad una ritrovata consapevolezza e padronanza dei propri pensieri – appunto. Nella questione di mentalità, il vecchio-nuovo credo del centoventunesimo anno diventa uno soltanto: l’approccio carismatico a testa e cuore – indicando la tempia e il petto. Sede del tormento e dell’ardore, sentimenti intensi come sarà intensa questa stagione e, soprattutto, la stagione laziale. Ben lontana dalla sua conclusione e, anzi, appena iniziata per una Lazio alla ricerca del tempo perduto.