Il goal di Fiorini.

Non c’è tifoso della Lazio che non conosca la storia del goal di Fiorini. Lui un giocatore normale, tanto cuore, tanta volontà, discreta tecnica, tanta semplicità. Ed il destino proprio per lui, un giocatore normale, ha scritto una pagina speciale, un momento indimenticabile della storia della sua vita e di quella della Lazio.

Il goal di Fiorini.

Tutto di quella giornata, di quei momenti, è stato così magico, così incredibile da non sembrare vero, eppure è successo e chi vi racconta era li, stretto sui gradini dello stadio, in curva nord, esausto e disperato, con il viso cotto da un sole di un giugno caldissimo e con gli occhi avidi a fissare il campo nella speranza che accadesse ciò che poi è accaduto.

Il goal di Fiorini.

E’ l’ultima giornata di un campionato di serie B durissimo. Ancora una volta la lunga mano della giustizia sportiva (o dell’ingiustizia, fate voi), aveva inferto il suo colpo alla squadra biancoazzurra.

  • Serie C per la Lazio!

Questa la sentenza, poi ci aveva ripensato, preferendo ad una morte rapida una lenta agonia, mascherandola di clemenza e magnanimità.

  • Nove punti di penalizzazione!

Questo il grande atto di bontà, un po’ come lasciare libero un uomo nel deserto, a piedi e con una borraccia d’acqua.

Nessuno si era arreso. Il tecnico, la società i giocatori, i tifosi, tutti ci preparammo per quel lungo cammino nel deserto e, passo dopo passo, arrivammo al giorno di Lazio-Vicenza, ultima giornata di campionato, una sola possibilità di salvezza, la vittoria. Il Vicenza ci è davanti di una posizione e di un punto ed all’Olimpico si presenta pronto a lottare su ogni pallone per difendere quell’esiguo margine che per lui significa salvezza.

Lo stadio lentamente si veste di gente che fin dal mattino decide di prendere il suo posto, come fa da una vita. Sa che questa è una tappa fondamentale, importantissima. Ognuno e lì per proteggere il suo passato, i suoi ricordi, le sue emozioni, il suo futuro. Fa caldo. Il sole scotta sui volti tesi e concentrati di chi aspetta che le squadre scendano in campo per poter urlare la sua voglia di vittoria.

Come è bello lo stadio pieno, come è bello quando trabocca di passione e di speranza, quando il suo chiassoso rumoreggiare spezza l’aria e la pervade, quando sei scomodo nel tuo posto, stretto da altri corpi che stanno li, scomodi come te, ma che per niente al mondo avrebbero desiderato non esserci. Che bella quella smania che lentamente ti assale, quel groppo che piano piano si insinua nella gola secca per la sete. Che bella la paura di non farcela. Che bella la speranza che presto tutto sarà compiuto ed avrai vinto.

Tutto questo vale la pena di essere vissuto.

Il goal di Fiorini.

Puoi immaginare la storia di una partita di calcio in mille modi, ne esisterà sempre uno al quale non avrai pensato e sarà quello il destino della gara.

La Lazio è più forte del Vicenza, per questo non può che vincere. Questo lo pensavamo tutti e tutti abbiamo avuto paura che la storia della partita non sarebbe stata questa.

Le squadre scendono in campo.

Esistono decine di avvenimenti i cui protagonisti sono stati uomini sconosciuti, che tali sono rimasti. Quegli uomini per i quali, chissà perché, la notorietà non è prevista. Eppure tante volte quest’esercito di sconosciuti è stato determinante. Lazio-Vicenza è stata la partita di  Dal Bianco, il portiere vicentino,  uno sconosciuto che tale è rimasto, che quel giorno ha vissuto il suo giorno da leone. Ha parato tutto. E volato da un palo all’altro, si avventato su ogni pallone passato dalle sue parti ed ha spaventato tutti.

Sembrava insormontabile.

La Lazio parte forte, corre, aggredisce, fa gioco, crea occasioni da gol, ma non segna. Tutto si ferma nelle mani di Dal Bianco. Un sussulto , un altro, un grido strozzato. Il tempo scorre, ma nessuno ci fa caso.

La Lazio è più forte del Vicenza, pensiamo tutti.

Ma intanto il tempo passa.

La Lazio continua a correre, ma non è veloce come prima, le sue idee di gioco non sono più lucide. Le gambe si fanno pesanti, gli spazi si chiudono, la porta si fa lontana.

Quando ho guardato l’orologio per la prima volta  ho avuto paura. Mancavano quindici minuti al termine della partita, solo quindici minuti.

Ci guardiamo e ci alziamo in piedi. L’angoscia ha preso il sopravvento. Iniziamo a cantare, a spingere con le nostre grida la Lazio che, lentamente, si andava spegnendo. Dal Bianco compie l’ennesimo miracolo del suo giorno da protagonista.

Mancano dieci minuti e poi, forse, non ci sarà più nulla.

Strana sensazione la paura. Può annebbiarti o renderti lucido, può soffocarti oppure alimentarti, può immobilizzarti o farti scattare veloce, imprendibile.

In quel momento di paura ne avevamo tutti molta.

Per la prima volta però provai una sensazione  nuova, una sensazione che mi spaventò più della paura stessa.

L’impotenza. Sentii dentro di me tutta l’inutilità di ogni mio gesto, di ogni mio grido, di ogni mio movimento. Nulla di tutto quello che avrei fatto negli ultimi dieci minuti della gara avrebbe potuto cambiarne il destino. Ero lì, impotente, inutile, spettatore di un evento che mi viveva dentro, ma che si svolgeva fuori da me e dal mio controllo.

Questa consapevolezza mi terrorizzò  e mi tolse ogni forza.

Il goal di Fiorini.

Guardai l’ora una dieci cento volte sperando che qualcosa accadesse.

Mancavano otto minuti quando qualcosa accadde.

L’ennesimo pallone scagliato in area di rigore, l’ennesima mischia, l’ennesima speranza. Un uomo semplice arpiona quel pallone e lo trasforma in un regalo per la nostra memoria, in un sussulto per il nostro cuore. Lo difende, sgomita, si fa largo e lo scaglia in rete.

Il goal di Fiorini.

Non ricordo un boato più grande.

Non ricordo un’esultanza più scomposta.

Non ricordo una gioia più intensa.

Non ricordo un uomo più stravolto di Giuliano Fiorini. La sua corsa sotto la nord, il suo volto sfinito, stremato, i suo occhi stravolti mentre fissano tutto intorno la passione che il suo goal ha acceso.

Non ricordo molto altro di quegli ultimi attimi di gara.

In quel momento non sapevo cosa il futuro ci avrebbe riservato. Non sapevo nulla di Cragnotti, di vittorie, di viaggi in Europa di coppe e di scudetto. Non sapevo nulla di tutto questo, eppure ero felice.

Era una Lazio semplice di semplici pretese, nonostante questo bella, intensa, come belli e intensi eravamo noi, assiepati in uno stadio scomodo, scoperto, inospitale, ma appassionati ed innamorati, stretti in un lungo interminabile abbraccio mentre con gli occhi gonfi di lacrime guardavamo il campo dove poco prima c’era stato un goal diverso da tutti gli altri, denso di significato e di magia, che ci è entrato dentro per non lasciarci più.