“Su c’è il Maestro che ce stà a guardà”.

Come recita l’ultima strofa dell’inno della Lazio “So già du ore”, scritto e cantato da Aldo Donati nel 1977, Tommaso Maestrelli, morto un anno prima, ci guarda ormai da lassù.

99 anni fa’ nasceva Tommaso Maestrelli, un Toscano atipico capace di saper gestire un gruppo o meglio un clan che nel 74 scrisse la storia di questo club.

Alcuni che noi adolescenti ricordano ben poco di quel periodo, ma i racconti dei nostri padri, ci hanno permesso di capire cosa significasse essere Laziali.

Un uomo che ha lottato sempre nella vita, scampato alla morte in 3 occasioni, la prima mentre fuggiva dalla ex Jugoslavia martoriata dai bombardamenti

la seconda  quando stava per prendere l’areo precipitato con tutta la squadra del Grande Torino, ed in ultimo sconfiggendo un tumore al fegato.

Maestrelli è un uomo qualunque, né un santo né un eroe; dicevano di lui giornalai e pennivendoli, è proprio qui, in questo pre-giudizio, che si inciampa.

Più che di un allenatore competitivo viene fuori il ritratto di un padre rassicurante, un esempio per i suoi ragazzi, quei ragazzi del 74 uomini e banditi.

Ed è proprio in questa circostanza che emergono le doti di un grande uomo, nel saper gestire un gruppo, dove gli stessi calciatori misero da parte le loro antipatie (sfogate negli allenamenti e trasformate dal tecnico in linfa vitale) formando un blocco granitico e giocando secondo dettami tattici mai visti fino ad allora in Italia.

Il Maestro aveva il suo bel da fare per calmare gli animi di una squadra divisa in clan di scapestrati e indisciplinati, in cui tutti giravano armati non esitando a sparare ai lampioni per vincere la noia dei lunghi ritiri o ad azzuffarsi in allenamento e sotto la doccia sfogando rancori e antipatie ma che la domenica sopivano tutto in campo dov’erano tutti compatti e pronti a difendersi.

In quegli anni si disturbavano anche famosi intellettuali a scrivere e parlare di quella Lazio immortale e mai doma, Pier Paolo Pasolini li defini’ una “banda di fascisti”.

In quegli anni rifiuto’ proposte dalla Juventus, corteggiato dall’avvocato Agnelli che aveva visto in lui un autentico innovatore del calcio, ma lui voleva vincere con la sua Lazio la sua amata Lazio.

Con i suoi figli scapestrati, indisciplinati, banditi, picchiatori, ma lui li amava cosi’ come erano.

E quel sogno inseguito ed ambito, arrivo’ quel 12 maggio del 1974 la Lazio vinse il suo primo scudetto, ( stesso giorno del referendum sul divorzio) ai danni del Foggia, si era confermata per il secondo anno la miglior difesa del campionato e Chinaglia capocannoniere con 24 gol.

Purtroppo il male che gia’ in precedenza era apparso, ebbe il sopravvento e non avremmo mai la controprova,  ma quella Lazio, con la guida di Tommaso Maestrelli, poteva aprire un ciclo:

grazie alla maturazione di D’Amico e al lancio di alcuni giovani quali Giordano, Manfredonia (stopper elegante e raffinato), Agostinelli e altri scoperti da lui formidabile talent-scout.

Era nato per fare l’allenatore: i presidenti gli davano carta bianca perché sapeva costruire squadre vincenti senza chiedere l’impossibile; profondo conoscitore della materia – ispirandosi alla Nazionale Ungherese vista nella Coppa del Mondo 1954 in Svizzera e al calcio “totale” dell’Ajax,  sceglieva i giocatori giusti e non costosi e li guidava con intelligenza, autorevolezza, umanità.

Il miglior allenatore della generazione che ha avuto piena maturità all’inizio degli anni ’70. Signorile nei modi, profondamente umano nei rapporti coi calciatori (esempio di psicologia applicata allo sport per la famiglia allargata squadra, intelligente e rispettoso del diritto d’informazione, ha rappresentato una figura unica nel panorama calcistico nazionale.

Il Maestro  morì il 2 dicembre 1976, seguito due mesi dopo dal suo giocatore-figlio Re Cecconi, un altro Angelo a costellare l’immenso paradiso Bianco-Celeste.

Con commozione  e profondo rispetto chiudo questo articolo, buon Compleanno Maestro e grazie per averci donato la LAZIALITA’ .

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