Ancora una volta sarà caccia al colpevole. Dopo il fischio finale di Di Bello, fiato alle trombe dei soliti cacciatori di streghe, di quella frangia di pseudo laziali, pronti ad uscire allo scoperto solo in occasioni disgraziate. E quindi sentiremo di nuovo parlare dell’ennesima campagna acquisti fallimentare, di una rosa inadeguata per gli obiettivi che magari solo loro auspicavano, che è arrivato il momento che Tare debba farsi da parte e che Lotito esca di scena, perché continua a pensare più ad interessi personali che non a quelli della Lazio. Questi sono i soliti ambigui detrattori, dotati di scale mobili portatili, pronti a scendere o salire sul carro alla velocità della luce, a seconda delle circostanze.  A costo di attaccare in maniera sconsiderata una squadra che dicono di amare, ridicoli, non prendono in considerazione la realtà degli eventi. Ma è più facile e più comodo per taluni soggetti, screditare chi li rappresenta e non chi li danneggia. Purtroppo anche per chi fa’ finta di non vedere, loro, dovrebbero prendere atto dell’ennesima mediocre, questa sì, prestazione di un arbitro che nell’occasione ha dimostrato incompetenza e malafede all’unisono. Veicolando, sarebbe il caso di dire visto il soggetto in merito, il risultato in maniera subdola a favore dei bianconeri di Torino. Facile poi sparare a zero su questo quel giocatore, reo di chissà quale orrore calcistico. Due gol nati da due episodi rivedibili, in circostanze più che discutibili. Inoltre da aggiungere a tutto ciò, una serie di decisioni atte a favorire solo ed esclusivamente Bonucci e soci. Alla luce di questi accadimenti sarebbe il caso che anche Di Bello venga fermato per farlo riflettere sulle assurdità commesse. Non comunque che quì si stia a non commentare le mancanze dei biancazzurri. Ancora una volta è emerso il limite massimo di una squadra, riconducibile nel non proporre un adeguato alter ego di Ciro Immobile. E quì la lettura diventa complicata. Avere Ciro Immobile, qualcuno penserà alla pazzia, diventa un’arma a doppio taglio. Però domando se è così facile sostituire un attaccante da 161 gol con un’unica maglia, padrone di tutti i record della squadra in cui milita, scarpa d’oro,  universalmente riconosciuto come famelico predatore dei sedici metri e non solo, fatta qualche rara eccezione in patria, eventi maturati e dei quali siamo a conoscenza,  con le solite motivazioni, divenute oramai obsolete. Si può immaginare che non sia facile proporre a qualcuno  l’ingrato ruolo, ma soprattutto fare capire al prescelto, che dovrà farsi trovare pronto, in un numero di occasioni  nell’arco dell’intera stagione, che a stento si riescono a contare sulle punta delle dita di una sola mano, come la storia insegna. Che poi chi è stato chiamato a sostituirlo, abbia dato segni di scarse qualità, è un dato di fatto purtroppo ampiamente appurato. Ma come suol dirsi che sbagliare è umano, altrettanto si può consigliare di non perseverare diabolicamente… Si vedrà… E da quì nascono le solite critiche feroci per una sconfitta, che numeri alla mano, ha comunque dimostrato la crescita di una squadra, che giocoforza non potrà compiere un percorso netto. Vuoi per il progetto di giovane nascita, vuoi perché poi nel corso di un campionato, chi prima e chi dopo, tutti si è soggetti a rovinosi inciampi. Ma non si venga a parlare di “mediocrità”, un termine inflazionato e senza motivo di esistere. Ma purtroppo non è facile difendersi dal “fuoco amico”, ancora più dannoso di quello nemico, che ti aspetti e al quale cerchi di porre rimedio. A costo di essere logorroico, non si stancherà mai di sottolineare questo concetto, chi realmente ha a cuore le sorti della squadra che sostiene. Piuttosto si prenda esempio di cosa significhi essere Laziali, sempre quelli con la elle maiuscola, da quella meravigliosa Curva Nord che anche ieri ha dato ampia dimostrazione del suo amore incondizionato per chi la onora e la rispetta sempre. Il tributo riservato al suo Re incontrastato, ha fatto venire i brividi a chi sente di amare la Lazio nella giusta maniera. Lo sguardo rivolto alla sua Curva, con lacrime di un’emozione adolescenziale, è stata  l’unione spirituale di due simboli: il Re ed il suo Popolo. E quindi chi si sente di amare la Lazio, la sua Genesi, la sua Storia, i suoi simboli, si faccia avanti, senza incertezze e senza timori. E la sostenga in maniera incondizionata la propria squadra, quella con la maglia con l’Aquila sul petto. Noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo sempre, a difesa di una fede, per cui viviamo, lottiamo e soffriamo! Avanti Lazio, avanti Laziali!

ENZO BIONDI